La nascita. L'entusiasmo e le primarie.
Il Partito Democratico nasce il 14 ottobre 2007, data in cui milioni di persone scelsero democraticamente con una elezione aperta a tutti (cosa mai avvenuta prima) il Segretario Nazionale del Partito, Walter Veltroni, e i segretari regionali; questo a seguito del mandato che i grandi partiti costituenti DS e Margherita avevano ricevuto dai Congressi di scioglimento avvenuti nella primavera del 2007: rinunciare alla propria piccola forza per crearne una maggiore.
Quelle Primarie furono il battesimo con cui si decideva di dare i natali al più grande partito di massa di centrosinistra della storia italiana; un partito capace, nelle sue intenzioni, di avere una "vocazione maggioritaria", e quindi grande e autorevole.
Su quelle primarie si discusse molto; fatto sta che il Partito Democratico, che i detrattori soprannominarono partito del "ma anche", nacque per rappresentare il moderno riformismo italiano contrapposto alle destre. Per rappresentare la la speranza di cambiamento razionale, positivo propria dei democratici rispetto alla conservazione e alla paura di crescere che attanagliavano il mondo dall'inizio di questo secolo, caratterizzato dalla ripresa del terrorismo e delle guerre.
L'aggettivo Democratico fu una scelta quindi precisa: si trattava di cogliere un simbolo, il popolo, e dire: noi rappresentiamo il popolo, quello che partecipa attivamente, che è solidale e che pensa nell'interesse della comunità.
L'aggettivo Democratico quindi stava per il Nuovo Partito che rappresentava quei cittadini, operai, impiegati, imprenditori, liberi professionisti, casalinghe, giovani, anziani che con il loro lavoro, con il loro mutuo sostegno, contribuivano da sempre alla crescita del nostro paese.
Il Partito Democratico quindi nacque per essere una rete capace di attrarre, con la forza del dialogo e delle idee, tutti i riformisti e progressisti, compresi uomini e donne della società civile, di associazioni di volontariato cattoliche e laiche, di associazioni di categoria, di sindacati, del mondo della cooperazione racchiuse in un unico concetto: democrazia e solidarietà. Contare per uno e aiutarsi vicendevolmente per un unico progetto: a partire dalla lotta al male maggore, la nuova povertà, per approdare a un nuovo importante stato sociale.
Questa generosità peraltro il PD la ereditava dall'Ulivo, stagione che aveva già portato a sintesi le aspettative socialdemocratiche, postcomuniste, cattoliche sociali, ambientaliste, liberal in un unico lessico: il riformismo. Salvati, ex liberal diessino, fu il progettatore ultimo di questo approdo che vide a Orvieto 2006 una scossa; un approdo che è una nuova speranza non solo per il centrosinistra italiano, ma anche per quella sinistra razionale che sa che il PSE, l'ALDE, l'Internazionale socialista, i Democratici Americani, il PT di Lula come il Partito erede di Gandhi, quello del Congresso Indiano e quello erede di Mandela, l'African National Congress, devono imparare a considerarsi in una unica famiglia allargata al fine di portare serenità, progetti, interventi positivi, solidarietà e saggezza all'intero globo.
Moro, Gramsci, Berlinguer, Pertini, De Gasperi, Nenni e tutti quelli che dalla Resistenza a oggi si sono battuti per una Italia migliore stanno come politici di riferimento per il Pantheon del PD.
Con questo spirito il PD, NOI quindi, abbiamo scelto di impostare elezioni nazionali e locali, alleanze, politiche: tutto doveva seguire l'orizzonte del nuovo progetto democratico. A cominciare chiaramente dalle grandi elezioni politiche, quelle del Yes we can dell'Aprile 2008.
Aprile 2008: Una sconfitta onorevole
Con una scelta nuova, coraggiosa, alta, il Segretario Veltroni lanciò il PD alle politiche della scorsa primavera con l'obbiettivo di creare anche una nuova storia nella pagina della democrazia italiana.
Pur sapendo in partenza che, ad esempio, le elezioni nazionali, a detta di tutti i sondaggi, erano già perse in principio per la bassa popolarità dell'uscente governo dell'Unione che Romano Prodi, presidente del PD, aveva disperatamente cercato di tenere in piedi nonostante mille divisioni quotidiane, insopportabili ai più.
Da aprile il PD si trova all'opposizione della destra, con un 34 % che rappresenta in fondo il miglior risultato per un partito di centrosinistra unito; una sconfitta onorevole che apre orizzonti per il futuro.
E quindi guai a non perdere l'entusiasmo della fondazione, delle idee, del Lingotto, della manifestazione contro le politiche del governo del 25 ottobre 2008, per portare avanti una idea che è sicuramente vincente in prospettiva ma che va corroborata di buon materiale tutti i giorni.
Oggi che ci troviamo di fronte a un governo che toglie agli Enti locali, taglia sul welfare e sulla scuola, mette in crisi la coesione del mondo del lavoro, scarica sui contribuenti i costi di Alitalia, si fa notare per le venature razziste di parte della coalizione, mette da parte ogni minima politica ambientale nel bel mezzo della crisi planetaria, ecco proprio oggi la nostra proposta serve per indicare l'alternativa. Oggi noi soltanto, dopo aprile, rappresentiamo il baricentro dell'alternativa a Berlusconi. Chi vuole accordi con noi, e saranno i benvenuti dall'Idv, al PS, a SD a quant'altri vorranno, compreso le forze di centro, li farà però sopra il progetto democratico: chi ci vorrà insieme, quindi, dovrà seguire il verbo di una Italia rinnovata, democratica, riformista, progressista.
Analizzare il momento difficile e rilanciare il Partito Democratico
Quindi sta a noi doversi mantenere determinati, anche oggi che il PD attraversa forse il suo momento meno facile dalla fondazione ad oggi.
Il nostro compito è quello di prendere atto, attraverso l'analisi, che oggi il PD deve anche prendersi carico di una serie di piccoli errori che vanno giudicati in parte fisiologici nell'ambito di una corsa che ha portato alla nascita e al debutto di una formazione che voleva portare le più grandi novità democratiche nel panorama italiano.
Ossia dobbiamo renderci conto, ed è responsabilità di tutti noi, di aver sottovalutato il radicamento ufficiale e definitivo del partito.
Eletti cioè i grandi Segretari e eletti i coordinamenti non si è pensato nè a eleggere i propri rappresentanti (dando quindi in alto l'immagine della casta gattopardesca che si autoconserva) nè a un sistema di esecutivi interni e di tesseramenti, lasciando che la vita del partito non creasse le premesse per le regole, la solidità, la compattezza, la responsabilità e che quindi subisse il fenomeno delle "primarie" divenute terreno di rampanti scorribanda delle competizioni individuali o di neo-correnti.
La direzione di dicembre, con l'intervento finale di Veltroni, ha ammesso diverse di queste difficoltà, che rientreranno al momento in cui (e il Congresso sarà decisivo in questa strategia) la revisionata campagna di radicamento attuale darà i suoi frutti.
Quindi, alla luce di ciò, sta a NOI non disperdere il potenziale di ricchezza del PD. Il messaggio di speranza, l'esempio, per noi deve sempre essere quello che ha lanciato Barack Obama entrando, primo afroamericano democratico alla Casa Bianca: noi possiamo agevolare, con l'intelligenza, l'unione, la solidarietà, il cambiamento in meglio del mondo; noi abbiamo scelto quella strada. Sta a noi crederci: yes we can.
Il Partito da rilanciare non ha paura della questione etica
Non può fermarci nella strada della nostra convinzione neanche una inchiesta giudiziaria come quelle che sono uscite sui giornali: che la magistratura allora faccia con coscienza, magari senza eccessi antipolitici grillistici o dipietristici, il suo corso in tutti i luoghi; se ci sono responsabilità di amministratori democratici vanno perseguite.
Al contempo l'accertamento di responsabilità deve farci ritornare allo spirito costituente, alla lettura morale berlingueriana della realtà politica, al codice etico.
Il PD per rilanciarsi deve sapere quindi guardare dall'alto la cosa, senza paura: per Noi chi sbaglia dovrà pagare; qua sta la nostra "diversità". Sapere che i nostri elettori non vogliono nemmeno sentire l'ombra di un sistema di corruzione.
Detto questo dobbiamo pretendere però che l'errore venga davvero scoperto e valutato; questo significherà distinguere fra la corruzione, l'attacco all'interesse pubblico o la leggerezza di una conversazione intercettata e data in pasto a volte frettolosamente, in cui le parole estrapolate poi non sempre corrispondono all'intendimento a caldo dell'opinione pubblica.
E dobbiamo anche portare questo paese a riconsiderare le cose con equilibrio: amministrare la cosa pubblica significa esercitare un mestiere di grande responsabilità in cui si deve avere relazioni con tutti gli attori del territorio; ciò è fondamentale per la politica, soprattutto per la buona politica. I partiti che la fanno sono l'elemento da cui dipende la qualità della democrazia, oltre che elemento insostituibile della stessa.
Codice etico, manifesto dei valori e tutto il lavoro fatto non si possono certo buttare in mare. Avanti dunque compagni, amici e democratici.
Impariamo a considerare le cose che accadono come un esercizio: se non molliamo e anzi, se lottiamo uniti, con un coraggio cristallino e con un po' di disciplina per fare sempre meglio, il futuro non può che essere dalla nostra parte. Ci volesse un altro anno o cinque anni. Yes we can !
Andrea Serafini - Coordinatore Pd Sieci e Monteloro
venerdì 5 dicembre 2008
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